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Rai Educational:
"In base a ciò che ha appena detto,
dunque, l'opera d'arte è quella che la
storia ci ha consegnato?.
"Con tutte le modificazioni e le mutazioni
che la storia ha depositato su quell'opera".
Rai Educational: "Ma allora qual è
il confine fra il restauro filologico e la manipolazione?"
"Ogni restauro - ogni restauro
moderno intendo dire - deve essere filologico
non potrebbe essere diversamente. Filologico deriva
da philos, ossia "amico" della
realtà fattuale dell'opera d'arte, quindi un restauro
che deve rispettare l'identità stilistica e materica
di quell'opera. Questo è il restauro filologico.
Ora, ci può essere un restauro filologico devastante,
quando la filologia è portata alle estreme conseguenze.
Faccio un esempio banale: se un affresco del Quattrocento
ha avuto dei guasti nella sua storia ed è stato
in certe parti ridipinto - magari un secolo dopo
-, per una certa tendenza filologica tutte le
parti rifatte non originali dovrebbero essere
buttate giù, con il risultato che quel
povero affresco del Quattrocento - quanti esempi
del genere vediamo nelle chiese! - diventa una
specie di carta geografica, una groviera crivellata
di buchi, di mancanze, in gergo di "neutri".
Questa è una filologia stoltamente applicata,
purtroppo in passato si usava molto e oggi non
più. Oggi si preferisce o lasciare l'integrazione
non pertinente perché, comunque sia, è una immagine
coerente, compiuta; oppure, se proprio certe parti
devono essere tolte, non si lascia la lacuna,
lo sfondamento, il buco, la carta geografica che
crivella la superficie, ma si cerca di integrarla,
di dargli un colore, tale che sia in qualche modo
riassorbita dalla figurazione generale. Cioè la
conservazione dell'immagine nella sua completezza
è un valore che non è filologico nel senso stretto
della parola, è piuttosto storico: quindi
la filologia deve sempre misurarsi con la storia,
con le cose che si sono succedute nei secoli e,
soprattutto, deve misurarsi anche con gli occhi
di chi guarda. Perché la Cappella Sistina, quando
è stata restaurata - peraltro molto bene, in modo
correttissimo - ha provocato un certo shock? Perché
la gente era abituata, a un Michelangelo in bianco
e nero perché così lo ricordavamo fin dai testi
del liceo: quello era il Michelangelo shakespeariano,
in bianco e nero, che amavamo. La pulitura di
Colalucci ha dimostrato, ed è vero, che non era
così. Era, ed è, un Michelangelo colorito, con
colori manieristi, aciduli: verde, rosa, violetti.
Questo è un recupero filologico indubbio, ma è
un recupero filologico che, lì per lì, ha urtato
le attese visive del pubblico".
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