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Il restauro - domanda 15

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Abbiamo una domanda specifica sulla Cappella Sistina posta da Adriano Padrone, che Le chiede: "Chi ci garantisce che tra un secolo il restauro della Sistina con gli attuali colori "giapponesi" non riveli il marchio del ventesimo secolo? In passato è già avvenuto con la Sainte Chapelle, che risulta "ottocentesca" nonostante l'ambizione filologica dell'architetto francese Violette Le Duc.".

"Direi che la domanda è più intelligente perché tocca il cuore del problema. Nessuno ce lo garantisce. Infatti non c'è restauro del passato che oggi sia apprezzato, abbiamo pochissimi esempi. Di solito i restauri di un secolo fa vengono criticati e rifatti. E questo è appunto il vero nodo del problema. Ecco perché oggi la cultura condivisa da tutti - non ho detto "praticata" ho detto "condivisa" perché si predica bene e si razzola male - è o dovrebbe essere quella che il miglior restauro è quello che non si fa. Mi spiego meglio, detto così può sembrare paradossale. Il miglior restauro è quello che permette, per quanto possibile, di garantire la salute dell'opera d'arte senza intervenire in un modo che fatalmente riflette il gusto, la cultura, la sensibilità della nostra epoca. Su questo non c'è dubbio. Non c'è dubbio, ogni intervento che noi possiamo fare oggi, ogni intervento di superficie, di immagine, che noi possiamo fare oggi sulle opere d'arte, fatalmente riflette il gusto, la sensibilità, la cultura del nostro tempo. L'ombra della storia - questo l'ha detto Cesare Brandi ma è assolutamente vero - si deposita sempre sul restauro, perché il restauro è un fatto storico. Io restauratore, oggi, sono un signore che si chiama Antonio Paolucci, che ha fatto un certo tipo di scuole, che ha letto certi libri, ha una certa sensibilità, una certa educazione e questo diventa restauro, cioè stile di un'epoca. E allora ecco che, tornando al discorso che facevo prima, bisognerebbe sempre di più puntare sul restauro manutentivo, conservare le cose così come sono per quanto possibile, risanandole se hanno patologie interne che poi si riflettono sulla superficie, ridurre al minimo gli interventi "arbitrali". Questo però non succede: il nostro secolo contraddice vistosamente quanto dico. All'inizio degli anni Cinquanta, e per tutti i Sessanta, nell'ambito del resturo architettonico usava scorticare letteralmente le chiese barocche per tirar fuori un Romanico improbabile che a volte non c'era: Santa Maria di Collemaggio all'Aquila, tanto per citare un esempio clamoroso. Sono passati trenta, quarant'anni e oggi usa che non si tocca più neanche un pavimento in graniglia del tempo di Mussolini. Si è passati da un estremo all'altro, dalla scelta stilistica all'iperconservazione, privilegiando uno stile piuttosto che un altro. E chi può escludere che fra un po' ritorni invece il gusto di recuperare, di sfogliare come una cipolla un'opera d'arte per arrivare agli strati ritenuti più antichi o comunque più apprezzabili? Ecco, questo fa paura, questo è pericoloso: l'oscillazione del gusto che passa sul quadrante della storia toccando le opere d'arte. Perché, vedete, io posso cambiare opinioni critiche tutte le volte che voglio su Guerra e pace di Tolstoj, Guerra e pace resta lì e basta: io posso pensare in un certo modo, una generazione dirà che è un capolavoro, un'altra dirà che è brutto. Ma se queste preferenze, queste scelte, queste oscillazioni di gusto io le faccio nel restauro, sulla pelle dell'opera d'arte, quella lì rimane, non è immateriale come il giudizio critico rivolto all'opera musicale, letteraria o poetica: ed è questo l'aspetto pericoloso. Per fortuna la nostra epoca, la mia generazione, lo ha capito, anche perché ha visto ed ha accumulato tali e tanti errori che sarebbe veramente tragico se non lo avessimo capito"