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2) Rimaniamo
sul tema delle specificità culturali con
la domanda rivolta da Sergio Risaliti, direttore
del Centro per l'arte contemporanea Palazzo delle
Papesse di Siena. Risaliti le chiede: "Per
combattere l'accademismo le avanguardie storiche
hanno trovato fonte di ispirazione nel mondo esotico,
andando al di là dell'Occidente. Oggi assistiamo
al fenomeno inverso: gli artisti filtrano il linguaggio
dell'arte contemporanea attraverso le proprie
tradizioni culturali più specifiche. Secondo
lei questa non è la prova più convincente
del fatto che l'arte contemporanea è un
sistema aperto, che si rielabora costantemente
attraverso le diverse identità che lo abitano?"
"Certamente questo è vero. Certamente
questa domanda si riallaccia alla problematica
a cui abbiamo accennato prima. Si può approfondire
un attimo il discorso a questo proposito, naturalmente
in breve perché il tema è enorme,
il tema anzi tocca la radice stessa dell'identità
dell'arte oggi e della sua funzione da un punto
di vista culturale ed estetico. È vero,
ripeto, che esiste questa dialettica tra globalizzazione,
tra dimensione internazionale da un lato e dimensione
invece locale dall'altro. Bisogna ricordare che
all'epoca delle avanguardie storiche, la situazione
dell'arte contemporanea era ridottissima da un
punto di vista quantitativo. Le aree, i centri
di ricerca, i luoghi di riferimento, di costruzione
di un contesto culturale di punta e di situazioni
di ricerca d'avanguardia e anche di promozione
e di valorizzazione di queste cose attraverso
i canali, le gallerie, attraverso le riviste e
altro era limitato a poche città. Fino
agli anni Trenta, diciamo così, il centro
di attrazione fondamentale era Parigi e a Parigi
arrivavano artisti internazionali da tutte le
parti d'Europa e anche americani. Per esempio
il gruppo dei futuristi - non dico tanto Marinetti
che aveva studiato a Parigi, ma penso a Boccioni
che aveva una radice provinciale - per affermare
il loro discorso artistico, il loro programma
poetico e la loro battaglia di cambiamento delle
regole e dei linguaggi sono dovuti andare a Parigi
a verificare la tenuta del discorso, la tenuta
del loro lavoro, proprio a confrontarsi direttamente
con le altre "tribù dell'arte":
adopero una parola, per citare un po' il titolo
della mostra qui alla Galleria Comunale d'Arte
Moderna e Contemporanea di Roma dove siamo ospiti.
Bene, i futuristi hanno dovuto confrontarsi con
i gruppi di cubisti, con gli altri artisti di
avanguardia proprio a Parigi, attraverso una mostra,
e facendo girare poi il loro lavoro attraverso
una serie di mostre in Germania, in Inghilterra,
in Russia in particolare, quindi facendo conoscere
il proprio lavoro attraverso una spinta di tipo
internazionalistico. Il discorso di tutte le avanguardie,
con valenze diverse naturalmente, aveva una caratterizzazione
internazionalista perché voleva proporre
un'arte di tipo assoluto. C'era un'utopia, una
visione estetica utopica e un'idea che l'arte
potesse essere un valore assoluto e, in quanto
valore assoluto, con una connotazione direi piuttosto
idealistica - almeno nel caso dei futuristi ma
anche dei cubisti e anche dei costruttivisti russi,
suprematisti russi - c'era un'idea di poter costruire
un linguaggio che valesse per tutto il mondo,
un linguaggio artistico internazionale. Assoluto.
Questo tipo di atteggiamento utopico, questo spirito
totalizzante, è qualcosa che è entrato
in crisi. Non tanto nella prima fase delle seconde
avanguardie del dopoguerra - intendo dire nell'ambito
delle ricerche degli anni Sessanta, ancora caratterizzate
da questo spirito - ma con l'emergere a livello
complessivo, ideologico-culturale, di un clima
che è stato definito post-moderno e quindi
con una rottura degli schemi totalizzanti e con
una anche giustificazione, comprensione della
frammentazione e del relativismo complessivo.
Relativismo significa rompere con un'idea che
si possa imporre o proporre qualche cosa che abbia
le caratteristiche che vanno al di là dei
limiti e delle caratterizzazioni. Però
quello che è interessante è che
questa fase post-moderna è finita - dopo
trenta, venticinque anni, perché la dimensione
post-moderna è venuta fuori, è emersa,
a partire dalla seconda metà degli anni
SettantA - e quindi direi che oggi ci troviamo
in questa condizione del glocalism di cui si diceva
prima. E dunque le situazioni di ricerca che nascono
da radici più locali, da riflessione su
temi e su problemi e su identità di tipo
più locale hanno la loro forza di presa
un po' come avviene nel campo della musica direi.
Ci sono artisti e musicisti bravissimi che hanno
fatto un lavoro di ibridazione di musicalità,
di suoni diversi. In Italia possiamo pensare a
Battiato, ma possiamo pensare a Brian Eno o altri
grandi nomi che hanno avviato questo tipo di lavoro.
Questo è un lavoro ancora di sintesi complessiva,
mentre invece nell'ambito dell'arte - la cui condizione
ormai è diventata sempre più spettacolare
se vogliamo e sarà un tema che probabilmente
toccheremo successivamente, perché è
un tema radicalmente innovativo rispetto alle
situazioni precedenti - ebbene, una spettacolarizzazione
che porta a una tensione molto più forte,
ma nello stesso tempo porta anche a un consumo
e a un esaurimento molto veloce delle proposte
artistiche, a una dimensione più effimera
in questo senso. Dimensione più effimera
che nasce da dinamicità estrema, esasperata,
nevrotica se vogliamo nel nostro contesto del
sistema della circolazione culturale e che porta
anche alle nuove proposte in termini di attenzione.
Porta a far sì che il mondo dell'arte abbia
una tensione per le nuove forme, nuove novità
che possono uscire fuori da qualsiasi buco del
mondo, angolo del mondo, penso alla Shirin Neshat
che ha fatto un bellissimo lavoro diciamo di taglio
femminista in difesa delle dignità e dell'identità
della donna in una condizione culturale esasperatamente
chiusa come era quella del khomeinismo in Iran".
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