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6) Rai
Educational: "Lei ha accennato ad un elemento
di differenza, cioè la brevità,
la contrazione della durata dell'opera. Me ne
viene in mente anche un altro ripensando all'intervista
che abbiamo realizzato con il sovrintendente Antonio
Paolucci. Riferendosi all'opera del passato, egli
ha sostenuto che ciò che dà valore
all'opera è sia il tempo, che si è
depositato su di essa, che il gesto dell'artista
compiuto in una certa temperie culturale. Oggi
che cos'è che dà valore all'opera?"
"Gli stessi elementi ma in una dimensione
temporale e in una situazione dinamica della realtà
completamente cambiata. Siamo nella società
dell'informazione, anzi nella società della
informatizzazione, dell'Internet, di ogni mezzo.
Tutto questo non può non condizionare la
formazione culturale degli artisti, del pubblico,
della critica d'arte, di tutti e non può
non condizionare anche i materiali stessi con
cui le opere vengono fatte. E tutto questo porta
a un'idea di elaborazione dei lavori che per essere
validi, per avere un loro senso di fondo devono
essere in presa diretta con la realtà,
devono essere uno specchio immediato dello Zeitgeist,
dello spirito del tempo e dunque essere qualche
cosa che mantenga la stessa velocità di
esistenza di tutto il resto. E non può,
se non in termini paradossali, in termini che
riescono a pochissimi artisti, porsi o contrapporsi
in maniera testardamente passatista poniamo o
ostinatamente anticontemporanea. Io penso che
però qua ci sono dei rischi piuttosto grossi
all'interno del lavoro artistico. Il rischio è
quello che alla fine si perda la possibilità,
da parte degli artisti di prendere una distanza
riflessiva che consenta la possibilità
di lavorare a un livello non di pelle, di superficie
del reale, ma a un livello più profondo,
in modo tale che il lavoro al di là della
prima, seconda, terza ondata della situazione
di moda di quel momento degli avvenimenti che
ci possono coinvolgere, travolgere o entusiasmare,
al di là di tutto questo, ci possano essere
delle situazioni costanti che funzionano ancora
una volta nel tempo. Questo avviene, avviene alla
fin fine. Nonostante il fatto che la maggior parte
dei lavori degli artisti di punta, delle avanguardie,
che ormai sono diventati dei classici anche loro
- artisti che hanno operato negli anni Sessanta,
Settanta - gli artisti bravi, validi, sono rimasti.
Il loro lavoro è rimasto anche se era stato
fatto di carta igienica, per dire, oppure di pezzi
di legno, oppure di materiali del tutto effimeri,
di plastica. È rimasto perché, non
solo perché è rimasto come segno
del tempo e dunque attraverso la documentazione
di vario genere, continua ad essere un elemento
che fa cultura, che produce cultura, vive in quel
senso lì. Ma è rimasto anche perché,
ritorniamo al mercato ancora una volta, l'effetto
mito dell'opera d'arte, che è legata anche
agli interessi di mercato e agli interessi di
collezionismo, porta all'ostinato tentativo da
parte dei musei e dei collezionisti di conservare
le cose, conservare come si conserva un quadro
del Tiziano, come si conserva un'opera di Delacroix.
Dunque l'idea è proprio di conservarlo
e non a caso i musei sono deputati anche alla
conservazione in particolare di opere che di per
sé sono nate con una anima molto effimera
e con una dimensione la cui essenza voleva essere
più immersa nel tempo che non nella spazialità
fissa dell'oggetto. Questo produce, ha prodotto
delle opere che sono spesso e volentieri dei residuati
o delle reliquie, penso a Manzoni, le opere di
Manzoni spesso e volentieri, o di Beuys anche
in particolare, sono opere che oggi come oggi
sono dei documenti, delle reliquie tra virgolette
di un'operazione che era immersa nel tempo".
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