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domande
7) Un'altra differenza con l'opera d'arte del
passato viene sottolineata con la domanda del
critico d'arte Angelo Capasso, il quale chiede:
"La tendenza all'autoreferenzialità
dell'opera d'arte contemporanea sembra sottrarre
terreno alla critica d'arte, ponendosi essa stessa
come una forma, sia pure anomala, di critica.
Pensa che ci sia ancora lo spazio per un dibattito
forte tra storia e critica d'arte? La critica
ha ancora un valore di testimonianza o segue un
percorso del tutto autonomo?"
"Io penso che mai come oggi è
importante il lavoro della critica d'arte in rapporto
al lavoro degli artisti. La situazione a cui accenna
Capasso in questa domanda è una situazione
che, devo dire, è più legata a delle
ricerche dei decenni precedenti. Soprattutto del
clima concettuale degli anni Sessanta, Settanta
in cui l'autoreferenzialità - la riflessione
sul linguaggio artistico, i lavori artistici come
lavori sull'arte - erano all'ordine del giorno
e rappresentavano un punto di tensione verso la
ricerca di una verità, sia pure a livello
minimale o livello tautologico. Questo momento
di ricerca ha dato dei risultati straordinari,
con opere di Joseph Kosuth nel campo dell'arte
concettuale, di Giulio Paolini, il cui lavoro
è tutto una rivisitazione, riflessione
dell'arte. Dunque un'arte tautologica sì,
ma tutta all'interno del linguaggio dell'arte.
Però penso che la condizione attuale, almeno
dalla svolta del millennio, dalla fine degli anni
Novanta in poi, evidenzi un tentativo, lo sforzo
di uscir fuori e di coinvolgere la realtà
non più in termini solo vitalisti, ma in
termini proprio di utilizzazione di mezzi, di
media e di intersecazione con le altre forme artistiche.
Ma ci sono ancora artisti che lavorano in rapporto
al contesto dell'arte o sul contesto dell'arte
però lavorano dentro il sistema, utilizzando
gli elementi del sistema per spiazzarne le modalità
tranquillizzanti o sacralizzanti. Penso a un artista
come Maurizio Cattelan che ha fatto tante operazioni
proprio di pirataggio oppure, come dire, di spiazzamento
all'interno del sistema degli spazi espositivi.
Ha appeso il suo gallerista con lo scotch, ha
fatto delle operazioni proprio proponendo come
lavoro gli sgabuzzini di un museo per cui il visitatore
è completamente spiazzato: non sa se è
un'opera o se è effettivamente lo sgabuzzino
dei guardiani del museo. Ha fatto delle operazioni
certo interne al sistema dell'arte e utilizzando
il contenitore come una delle condizioni di esistenza
di senso dell'opera d'arte stessa, un pezzo dell'opera
d'arte stessa, in questo senso legata ancora alla
tradizione di Duchamp. Però penso che la
maggior parte dei lavori degli artisti oggi sono
più esplosivi, più aperti all'interazione
con la precarietà dell'esterno. Cito per
esempio un lavoro che è debordante, coinvolgente
in qualsiasi elemento e rumoroso da un punto di
vista di informazione per esempio un lavoro di
un artista svizzero che lavora a Parigi che si
chiama Thomas Hirschhorn che rappresenta una grandissima
installazione che si chiamava "World Airport"
all'ultima Biennale. Lui lavora sulla globalizzazione,
sulla localizzazione, e lavora con tutti gli elementi
dell'informazione e produce un lavoro la cui funzione
è quella certamente di vivere, deve essere
esposta nei musei, ma anche fuori, deve occupare
e travolgere e sfidare proprio il senso di distanza
che il museo crea rispetto alla realtà
esterna, il senso di distanza che crea il museo
tra opere che sono al suo interno e la situazione
esterna. E lui cerca invece di coinvolgere il
tutto quindi creando un vero casino se si può
adoperare questa parola. Un lavoro analogo in
questa direzione, molto bello, è il lavoro
di Jason Rhodes, un lavoro dove tutto quanto avviene
fuori: il rumore, l'esasperazione di materiale,
di indicazione, di informazione, tutto questo
viene proposta in una maniera senza mediazione,
senza un processo di distillazione, di decantazione
estetica. Quindi proprio quasi in termini di ricostruzione
brutale, bruta delle contraddizioni, degli ingorghi
che ci troviamo a vivere all'esterno rispetto
invece alla pace del museo".
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