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L'opera d'arte - domanda 9

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9) Rai Educational: "Un'obiezione: la spettacolarizzazione dell'opera, l'alleggerimento dei materiali, la sottolineatura dell'ironia, il dover essere per forza divertenti, fanno confondere il confine tra l'opera e il puro intrattenimento. Pensiamo anche alla dimensione dell'effimero a cui faceva riferimento".

Certamente. Al Centre Pompidou due mesi fa hanno fatto una mostra che è andata anche al museo di Minneapolis negli Stati Uniti che si chiama "Au-delà du spectacle". Questa mostra era tutta incentrata sulla questione dell'interazione tra lavoro artistico e dimensione della spettacolarità in senso proprio letterale e anche sul problema di quanto ormai ci sia un rischio di subordinazione del lavoro artistico ai dettami, alle regole, alla tirannia se così si può dire, della spettacolarità. E quindi il rischio è quello di perdere quello che è fondamentale per il lavoro artistico, il lavoro degli artisti: un'irriducibilità del proprio lavoro, quali che siano i mezzi utilizzati, che possono essere dal pennello di Morandi al computer o l'elaborazione di tipo multimediale con film, video e altre cose. Quale che sia il mezzo deve essere irriducibile a un'operazione, a una organizzazione della spettacolarità che invece ha finalità diverse, di puro intrattenimento. Un lavoro artistico, pur avendo usato i mezzi, magari anche i temi dell'intrattenimento, non deve creare una gratificazione di tipo gastronomico, come può essere un bello spettacolo televisivo che ti fa ridere. Tutto questo produce qualcosa di tranquillizzante, di soddisfacente, di gastronomico giustappunto, che ti fa rivenire la voglia di qualche cosa del genere, sempre lo stesso un po' aggiornato. I lavori devono essere indigesti. È una cucina indigesta quella fatta dagli artisti con i materiali filmici, con i materiali in rapporto diretto, ripeto, con lo spettacolo. E allora essendo indigesti ti rimangono lì e lavorano all'interno a creare una riflessione critica, a creare una sensibilità diversa, nuova e di rottura. A scollarti da un appiattimento che tende ad uccidere un po' l'intelligenza e dunque la libertà di chiunque. Questo è lo sforzo, penso, che pochi artisti possono fare. Un rischio ancora una volta che devo sottolineare è il rischio dell'incrocio tra spettacolarizzazione operata dai grandi stilisti, dalla moda, e artisti. Ma un conto è essere degli sponsor degli artisti, e quindi finanziare e fare la giusta promozione del proprio marchio attraverso una operazione di sponsorizzazione. Un'altra operazione, diversa, che era stata fatta per esempio a Palazzo Pitti anni fa da Germano Celant e altri è quella invece di confondere la produzione di arte applicata - sia pure alta, geniale, perché nessuno mette in dubbio che c'è una genialità - ma diversa rispetto alla produzione artistica che è pura, nel senso di non finalizzata a della produzione di oggetti che servono dell'esistente".

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